MILANO-ZAMBIA, ANDATA E RITORN0

Se doveste notare un cambio di tono, registro, temi e focus, tranquillizzatevi. Non sarò più io per un pochino, almeno fino al termine di questo articolo. Vi lascio in compagnia di Federico Baccini, curatore del blog Sottobicchiere, che con risultati opinabili proverà a fare il mio lavoro. Buona (fortuna) lettura!

 

Premessa. Passiamo subito al succo della questione, oggi si parla di calcio. Voi direte: «Eccolo lì, subito a rovinare un blog nato sotto i migliori auspici della cultura». E invece no, vi voglio portare a conoscere un ragazzo che, dopo essere stato costretto ad appendere le scarpette al chiodo per colpa di un brutto infortunio, ha dimostrato al mondo che con lo sport si possono smuovere le montagne del pregiudizio.

Il personaggio. Storia di ordinaria follia, quella di Gian Marco Duina. Milanese, 24 anni, passato da calciatore stroncato sul più bello. Potrebbe sembrare l’incipit della biografia di uno dei tanti ragazzi che giocano nei campetti della periferia meneghina. Ma, scavando un po’ più a fondo nella sua vita, si scopre un impegno che dallo sport prende solo il “la”. Nel febbraio del 2016 lascia tutto, abbandona Milano: la classica fuga di cervelli? No, molto di più. La sua è stata la partenza di un cuore, impaziente di trasmettere il suo amore per lo sport a ragazzi che non è scontato abbiano la fortuna di poterlo conoscere.

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L’impegno. Gian Marco trova subito l’appoggio di Whanau Onlus e parte per lo Zambia, più precisamente per il villaggio di Monze. Lì inizia ad allenare bambini e ragazzi a giocare a calcio, organizzando partite e squadre ogni giorno. Perché? Cosa c’è sotto? Non è solo semplice attività di volontariato. È la speranza di poter restituire con il calcio almeno una piccola parte di quello che lo sport gli ha donato: serenità, una speranza di riscatto, il coraggio di esprimersi. «Non sono un medico o un ingegnere che può progettare pozzi e strade, lo sport è tutto ciò che posso dare agli altri». L’allenamento è per i ragazzi una valvola di sfogo, un modo virtuoso per trascorrere le giornate vuote, un’occasione per socializzare e creare amicizie anziché faide. Un sogno di riscatto e di presa di consapevolezza della propria unicità.

Il progetto. Una volta capito che questo impegno può avere un futuro, il ragazzo venuto dall’Italia alza l’asticella delle sue aspettative. Nasce così il progetto Hopeball, che utilizza il calcio come strumento di emancipazione sociale, che unisce e non divide: «Hopeball non è uno sport, non è una filosofia, non è didattica, non è semplice volontariato. Hopeball è passione!» E tutto questo si concretizza nell’iscrizione della squadra che ha contribuito a fondare nel villaggio di Monze nel campionato nazionale.
Lasciato lo Zambia, riparte per un’altra esperienza, questa volta nel villaggio di Chakama, in Kenya. E anche qui riesce a diventare un punto di riferimento per i bambini e i ragazzi del luogo. Un allenatore giovane, che condivide la loro stessa gioia per il gioco, che li sprona a divertirsi e a crescere nel rispetto reciproco. La sua forza di volontà colpisce nel segno e anche lì si forma una squadra di calcio in grado di iscriversi al campionato. Dopo due anni, Hopeball è una realtà affermata e solida in Zambia, Kenya e Tanzania. Gian Marco, un pezzettino di mondo l’ha cambiato davvero.

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Il ritorno. Oggi Gian Marco è tornato in Italia, nella sua Milano. Ma il suo impegno è più vivo che mai. Infatti, è parte attiva di numerosi progetti sportivi volti a dare uno scossone ad una società che dal suo punto di vista non è in grado di garantire una vita dignitosa a tutti. Lo si può trovare coinvolto nel progetto Altrimondiali, che fa della parità di genere sui campi da calcio il suo motivo d’essere. In Sport in the Block – Periferie resilienti, iniziativa basata sulla volontà di riportare le periferie al centro dell’attenzione della città attraverso tornei sportivi aperti a tutta la cittadinanza. E, dulcis in fundo, è dirigente di St. Ambroeus F.C., prima squadra di calcio formata da richiedenti asilo ad essere affiliata alla FIGC. Il calcio è il mezzo, l’inclusione sociale il fine.
Tutto questo è realtà e se il fuoco dell’impegno sociale nel mondo dello sport è ancora vivo, parte del merito viene anche dall’amore per il calcio e dalla lotta di principio di un ragazzo come tanti. Che aveva un sogno. E che l’ha portato fino in fondo. Almeno fino al prossimo capitolo.

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Questo, da parte mia, è tutto. Spero di non avervi annoiato e di essere riuscito ad onorare questo luogo di ribellione quotidiana, silenziosa ma inarrestabile. Perché sono queste le vere, piccole rivoluzioni che cambieranno il mondo in cui viviamo!

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