CHI TIENE A GALLA VENEZIA

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C’è uno spazio dedicato ai fiori e alle piante aromatiche, i fili tesi tra le case, con i panni ad asciugare, un tavolo all’ombra di un gazebo con attorno una decina di sedie. L’unica cosa che distingue le due file di edifici da un qualsiasi quartiere residenziale, sono gli striscioni che riportano la scritta: “la casa è di tutti” “la casa è un diritto”, firmati Asc, assemblea sociale per la casa. Degli oltre 70 appartamenti, sono 44 quelli occupati abusivamente sull’isola della Giudecca, meglio conosciuti come “casette”. Nel sestiere di Cannaregio e in zona Santa Marta se ne contano almeno 20.

“Veneziani residenti e resilienti”, questo è il motto che gli abitanti ripetono con ogni mezzo per riaffermare il proprio diritto a riappropriarsi dello spazio interno alla città. Sono donne e uomini di mezza età che non possono più permettersi di pagare gli affitti schizzati alle stelle dei propri appartamenti, giovani coppie, lavoratori con figli. Tutti nati e cresciuti in laguna, affezionati alla propria isola, legati da radici solide a una terra che sta affondando sotto il peso di politiche insostenibili.

“Veneziani residenti e resilienti”, questo è il motto che gli abitanti ripetono con ogni mezzo per riaffermare il proprio diritto a riappropriarsi dello spazio interno alla città.

I tentativi di sfratto non si contano neanche più, ma questo non ha impedito agli squatter di portare avanti la propria causa e investire tutto quello che avevano per rimettere a nuovo le case. «Non lo facciamo solo per noi stesse, ma per tutti, per chi è solo e non potrebbe combattere, per i nostri figli e per i figli di chi si trova nella nostra stessa situazione». È questo il messaggio lanciato da Chiara, Cecilia e da chi si fa portavoce della battaglia: «Noi occupiamo case popolari in cattive condizioni che dovrebbero essere rimesse a nuovo e a norma prima di venire assegnate tramite una graduatoria a chi ne ha più bisogno, solo che il bando non viene pubblicato da anni, e le persone non sanno come affrontare la situazione. Chi non riesce a pagare l’affitto, se ne deve andare».

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Occupare una casa a Venezia ha uno scopo ben preciso, che sarebbe scorretto ridurre alla sola protesta sociale. Nel 2000, gli abitanti della città erano più di 60mila. Oggi i residenti non superano i 54mila. Nel giro di 50 anni, il numero di veneziani che vivono in laguna si è dimezzato. Le cause sono molteplici, ma una su tutte è attribuibile allo sconsiderato numero di turisti che ogni giorno affolla le calli, prende d’assalto il ponte di Rialto, piazza San Marco e la Riva degli Schiavoni e non lascia scampo agli abitanti della città. Visite mordi e fuggi che non aggiungono nulla a Venezia, se non una schiera di negozietti di souvenir, pizza al trancio e ristoranti di pessima qualità e prezzi inavvicinabili.

Nel 2000, gli abitanti della città erano più di 60mila. Oggi i residenti non superano i 54mila. Nel giro di 50

Risale appena a qualche mese fa la storia di Celestina, una residente veneziana di 74 anni sfrattata dal padrone di casa per mettere su Airbnb l’appartamento dove lei viveva da una vita, pagando un regolare affitto.

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La ribellione dei veneziani sta nella lotta per riappropriarsi di uno spazio che è stato loro sottratto. Non si tratta solo di case, ma di luoghi comuni che appartengono alla città e che potrebbero essere strappati alla comunità da un momento all’altro. È questo il caso del teatro La Vida, l’ex teatro di anatomia, in Campo san Giacomo dell’Orio, che a novembre dello scorso anno avrebbe dovuto essere privatizzato per essere trasformato nell’ennesimo ristorante. È stato allora che la resilienza dei Veneziani si è fatta sentire, e ha portato famiglie e residenti a occupare l’immobile per impedire che questo fosse tolto alla comunità. La sua facciata è stata ricoperta da panni stesi, la parete d’ingresso riempita di fotografie di una Venezia che ora non c’è più. In una stanza interna, gli occupanti avevano appeso una cartina dell’isola segnando i percorsi meno battuti dai turisti e dove tenevano il conto dei negozi e degli esercizi storici che ancora resistono. Lo sgombero è avvenuto a marzo, dopo cinque mesi di resistenza, e ha fatto insorgere l’intera città, che ancora lotta per restituirlo agli abitanti.

La sua facciata è stata ricoperta da panni stesi, la parete d’ingresso riempita di fotografie di una Venezia che ora non c’è più

Sono proprio la creazione di comunità in situazioni al limite, l’unione di persone che condividono quello che per molti è solo uno spazio, un paese dei balocchi, una città da cartolina a rendere Venezia così forte nella sua precarietà.

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